Gandhi, noto uomo politico indiano, nel suo libro "Regime e riforma alimentare", afferma: "Per liberarsi da una malattia, occorre sopprimere l’uso del fuoco nella preparazione del pranzo".

Albert Mosséri

Albert Mosséri
"La pratica dell’igienismo così come io la pratico oggi è venuta per gradi; ho dovuto percorrere numerose tappe, in quanto avevo bisogno di cercare il regime adeguato, le buone idee, cosa non facile. E una volta trovate le soluzioni, le tentazioni esterne e interne sono talmente forti che le cose trovate non si possono applicare a primo colpo. Furono necessari anni e anni di lavoro per poter praticare l'igienismo puro...."

A R C H I V I O

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Piu' impariamo le leggi della natura che regolano e governano la nostra salute, meno dobbiamo temere il distruttivo attacco della malattia. A. Ehret

Digiuno e patologie tumorali




 PATOLOGIE TUMORALI



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Nella letteratura specializzata i risultati del digiuno nelle patologie tumorali sono assai controverse: è necessario quindi procedere con cautela e stabilire alcuni punti sufficientemente accertati e condivisi.

Neoplasie benigne
Nelle forme tumorali benigne pressoché la totalità degli autori
riconosce l’efficacia del digiuno, ascrivibile in questa patologia soprattutto al fenomeno dell’autolisi: le cellule delle neoformazioni subiscono un’azione assai simile a quello delle cellule adipose o dei tessuti sovrabbondanti. Sappiamo che, secondo la legge di Chossat, la perdita di sostanza da parte dei tessuti avviene a digiuno in ordine inverso alla loro importanza nell’economia generale dell’organismo: in un primo tempo le cellule delle formazioni benigne subiscono una drastica diminuzione degli apporti nutritivi e in un secondo tempo vengono utilizzate per fornire sostanze nutritive ai tessuti vitali.
Tutte le forme tumorali benigne diminuiscono la loro massa in seguito al digiuno e in modo particolare questo è stato osservato sui noduli di natura benigna del seno, sulle cisti ovariche, sui fibromi uterini, sulle formazioni polipoidi delle vie respiratorie, dell’intestino, delle vie urinarie e dell’apparato genitale, sui lipomi e le formazioni cistiche cutanee, sull’ipertrofia prostatica.
Quando la formazione non è di grandi dimensioni, se ne può ottenere la scomparsa con un solo digiuno, altrimenti, per evitare digiuni eccessivamente prolungati, è necessari ripetere il digiuno una o più volte.
In alcuni testi l’azione del digiuno è stata paragonata a quella di un intervento chirurgico e questo, per alcuni aspetti , può essere giustificato. Tuttavia è bene rendersi conto delle differenze nei risultati e negli atteggiamenti richiesti: il digiuno è un processo naturale i cui risultati non sono mai del tutto prevedibili e quantificabili ed inoltre non lo si deve considerare come un atto risolutivo in sé, che elimini il problema una volta per tutte e definitivamente. Se questo atteggiamento è spesso tutt’altro che giustificato anche in chi subisce un intervento chirurgico, perché è sempre presente il rischio di recidive, di effetti secondari, è bene che esso sia assente in chi affronta col digiuno questa, e qualunque altra, patologia.
Non si deve dimenticare che nel corso il digiuno non è la volontà umana a dirigere i processi riparativi e a determinarne l’intensità, ma il corpo stesso, ed essi potrebbero anche orientarsi in una direzione imprevista, della cui necessità non si è neppure consapevoli.
Diciamo questo per far comprendere che il digiuno è adatto solo a chi ha un orientamento salutista ed igienista, rifiuta l’intervento perché lo ritiene una menomazione dell’integrità del proprio corpo; è convinto degli effetti benefici del digiuno a livello generale e lo intraprende in prima istanza per questo, sapendo che le remissioni di una specifica patologia ne sono solo effetti secondari che si succedono secondo le reali necessità organiche e non secondo la volontà o le aspettative: pertanto non sono programmabili e solo in parte prevedibili; é disposto ad inserire il digiuno in una prospettiva di cambiamento, anche radicale.
Viceversa sappia che il digiuno non fa per lui chi pensa che il modello di vita seguito non abbia nulla a che fare con le malattie.

Neoplasie maligne
Numerosi autori sostengono che il digiuno è indicato in caso di patologia neoplastica maligna, come Rudolf Breuss che dà indicazioni precise per adattare il suo metodo alla leucemia o ad altra forme neoplastiche; e non mancano in letteratura gli scritti autobiografici che vogliono diffondere la personale esperienza di guarigione in seguito al digiuno, come “Ho vinto il mio cancro” di Mounique Couderc.
Una posizione sui generis tiene a questo riguardo Shelton: egli è del parere che, se la diagnosi di cancro è corretta, ogni intervento sia inutile, tuttavia afferma d’avere ottenuto numerose guarigioni in forme diagnosticate come maligna perché è assai alta l’incidenza di errori comportata dalla diagnosi precoce di cancro. Questa opinione di Shelton dovrebbe essere meditata, e rivelerebbe risvolti impensati. Ad esempio, è evidente che una cosa è la diagnosi tumorale fatta su chi ha una patologia cancerosa avanzata, con metastasi e compromissione generale, ed un’altra cosa è la diagnosi fatta valutando in uno striscio, in una biopsia, cellule tumorali. Quest’ultima diagnosi( c’è qualcuno che ne può dubitare?) è esposta ad errori di valutazione maggiori rispetto alla prima: i dati da cogliere sono meno evidenti e più incerti. Inoltre non si può non ammettere una tendenza alla guarigione spontanea molto più alta, essendo la patologia all’inizio. Se chiunque di noi dovesse ammalarsi di cancro non appena nel suo corpo si forma una cellula cancerosa, nessuno potrebbe non ammalarsi: in ogni corpo sano si formano infatti con una certa frequenza cellule degenerate che vengono subito distrutte dai processi autolitici. Pertanto è innegabile che la tanto decantata diagnosi precoce comporta un aumento di interventi inutili( interventi che è eufemistico definire “inutili” dato che sempre hanno profonde ripercussioni e incidono su tutta la vita di chi li subisce, anche perché quasi sempre seguiti da chemioterapia e/o radioterapia) quanto più è precoce. Ma paradossalmente questi interventi “inutili” sono utilissimi ne far lievitare le statistiche delle guarigioni: è evidente che quanto più saranno i sani tra gli operati, tanto maggiore sarà il numero dei guariti.
Noi siamo del parere che il digiuno periodico è una valida arma di prevenzione e, quando il tumore è già insorto( dato per scontato quanto detto a proposito dell’atteggiamento e direi della “filosofia di vita” richiesta: rifiuto dell’intervento, fiducia nei processi spontanei di guarigione ,ecc.) si possono avere buoni risultati quando l’organismo ha conservato una sufficiente vitalità ed integrità, grazie all’attivazione dell’ “autolisi di difesa” ( Vedi: “Eufisiologia del digiuno”)
Quando la patologia è progredita e sono presenti metastasi, le possibilità del digiuno sono, in linea di principio, ridotte: l’integrità dell’organismo è seriamente compromessa, i processi di guarigione possono essere poco efficienti.
Le cellule tumorali in forme avanzate possono addirittura aver sovvertito il normale assetto e preso il sopravvento: lungi dal risentire dei processi autolitici, potrebbero esser loro a trarre nutrimento dai tessuti sani.
Tuttavia a riguardo le nostre esperienze, e quelle dei digiunoterapeuti in genere, sono ridotte: si tratta infatti di patologie gravi in cui ostacoli di vario genere si frappongono al trattamento con modalità diverse da quelle dei criteri ufficiali: mancano le strutture adeguatamente organizzate ed autorizzate.
Siamo convinti che qualora fosse possibile sperimentare il digiuno su volontari con patologie non in metastasi, i risultati sarebbero sorprendenti: ma questo è attualmente praticamente impossibile.

Il digiuno nelle malattie croniche




Malattie croniche



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Sono numerosissime le patologie croniche in cui il digiuno si è mostrato efficace, pertanto, piuttosto che fare una rassegna particolareggiata delle varie patologie, ci limiteremo a fornire alcune tabelle elaborate da terapeuti americani ad orientamento igienista, e ad aggiungere alcune osservazioni tratte dalla nostra esperienza.
Ricordiamo che in generale le patologie croniche richiedono periodi di digiuno più lungo, e in alcuni casi, per ottenere profondi rimaneggiamenti a livello tessutale, occorrerebbe prolungare il digiuno fino a tre settimane.
Tuttavia proprio gli ammalati di patologie croniche sono quelli che maggiormente presentano difficoltà e complicazioni, e per motivi di sicurezza siamo propensi a pensare che in questo caso è preferibile sostituire una serie di digiuni brevi ad un solo lungo digiuno; oppure i digiuni attenuati e le diete depurative al digiuno assoluto.
A nostro parere le patologie croniche in cui il digiuno mostra più rapidamente la sua efficacia sono:
  1. varie forme di insufficienza epatica e le patologie del ricambio, con accumuli di acido urico, grassi, colesterolo ecc. Queste manifestazioni morbose sono quelle che con maggior evidenza possono ascriversi tra le conseguenze di scorrette abitudini alimentari e sono poi a loro volta all’origine delle più frequenti patologie dei nostri tempi: dall’arteriosclerosi all’infarto, ai tumori.
  2. Patologie croniche su base allergica relative a sostanze ingerite o inalate. Le patologie allergiche, secondo la concezione naturopatica, sono una reazione abnorme scatenata da sostanze varie alle quali si è sensibili a causa di uno squilibrio tossico preesistente.
  3. Le malattie croniche dell’apparato locomotore come l’artrite reumatoide, l’artrosi, l’artrite cronica. Queste patologie sono spesso in relazione ad accumuli di cataboliti a livello articolare, in modo simile a quanto avviene per la gotta, o a processi infiammatori che si sono cronicizzati.
  4. L’ipertensione arteriosa. Il digiuno regolarizza molto spesso in modo rapido la pressione arteriosa, ed i benefici persistono se si adottano nuove misure igieniche, con particolare riguardo all’alimentazione e all’esercizio fisico.
  5. Obesità. questa condizione può giovarsi grandemente di varie forme di digiuno, purché siano poi seguite da nuove norme alimentari e igieniche. Il periodo di digiuno deve essere associato a psicoterapia di gruppo per indurre i cambiamenti: vedi a riguardo il capitolo sulla rieducazione alimentare e l’immagine corporea.

La durata opportuna del digiuno dovrà valutarsi caso per caso in base non solo alla patologia ma alle condizioni generali del soggetto.











Il digiuno nelle malattie acute



Malattie acute

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Nelle malattie acute non è rara l’inappetenza attraverso la quale l’organismo stesso segnala l’opportunità del digiuno. In queste patologie il digiuno non intensifica i processi eufisiologici, già intensi di per sé, ma li regolarizza, in modo che non siano troppo violenti o dolorosi e quindi difficilmente sopportabili. Il digiuno fa sì che i segni infiammatori si risolvano, la febbre non raggiunga punte alte, che i dolori si attenuino e non di rado scompaiano e in modo simile agisce sugli altri sintomi: le secrezioni anomale regrediscono, la tosse si attenua, la diarrea scompare rapidamente, gli ascessi si aprono all’esterno o si riassorbono.
La spiegazione di questi fenomeni risiede probabilmente nel fatto che, essendo durante il digiuno attivati tutti i processi eufisiologici e intensificate tutte le vie di eliminazione, non avviene che alcune funzioni siano eccessivamente impegnate: il corpo si trova nella condizione ideale per integrare e armonizzare ogni reazione e pertanto i sintomi si attenuano come si attenua l’impeto della corrente di un fiume quando si aprono canali collaterali.
Nelle patologie acute è in genere sufficiente un digiuno di durata variabile dai tre giorni ad una settimana.
In alcuni casi (condizioni generali scadute, soggetti magri, troppo giovani o troppo anziani, donne in gravidanza ecc.) può essere preferibile al digiuno assoluto un digiuno attenuato o una dieta depurativa.
Se i sintomi sono molto intensi si potranno somministrare blandi rimedi, come infusi, decotti, ecc.)
I criteri validi per le malattie acute lo sono anche per ottenere la remissione di riacutizzazioni spontanee di malattie croniche.
Quando si fa digiunare un soggetto affetto da patologia cronica non in fase acuta è meglio che il digiuno si inizi progressivamente, proprio per evitare una brusca riacutizzazione, indotta dal digiuno stesso, che potrebbe mettere in crisi il paziente; quando la riacutizzazione si è presentata spontaneamente è meglio viceversa iniziare immediatamente( se le condizioni generali lo permettono) un digiuno assoluto, che attenuerà più rapidamente i sintomi.


Apparato respiratorio
Raffreddore, laringite, sinusite, forme influenzali, in una visione naturopatica non sono imputabili interamente al freddo (fattore secondario, scatenante) e tantomeno a virus o batteri (fattori che agiscono solo se l’organismo ha già subito una riduzione delle sue capacità difensive) ma ad accumuli tossici e squilibri determinati o aggravati dall’alimentazione eccessiva (ricordiamo a questo punto che, secondo i ritmi naturali, la stagione fredda dovrebbe essere caratterizzata da una attività ridotta ma anche da un ridotto apporto alimentare)
Come sappiamo i vari sintomi( febbre, secrezione di muco e pus dalle vie respiratorie, tosse ed espettorato) sono espressione dell’attività eufisiologica, e pertanto non vanno soppressi con farmaci: il riposo, il caldo, pochi giorni di digiuno completo o attenuato o semplicemente di dieta ridotta( a seconda dell’età, delle condizioni generali e di altri fattori individuali), mettono l’organismo nelle condizioni migliori per guarire spontaneamente.
La malattia allora non sarà arrestata ed inibita dai farmaci sintomatici (analgesici, antinfiammatori, antipiretici, antistaminici, sedativi della tosse) e completerà il suo processo di restauro: potrà durare qualche giorno in più, ma quando verrà meno, la guarigione sarà reale e associata ad uno stato di salute più alto rispetto a quello antecedente all’insorgere della sintomatologia.


Allergie respiratorie
Tutte le forme allergiche dell’apparato respiratorio( pollinosi, raffreddore da fieno, allergie varie) attenuano la loro sintomatologia con pochi giorni di digiuno completo o attenuato.
Le allergie ricorrenti, stagionali, possono essere prevenute con un digiuno che preceda di due tre settimane l’abituale periodo di insorgenza.



Apparato digerente
In tutti i casi di disturbi improvvisi a carico dell’apparato digerente, un digiuno completo o attenuato o semplicemente una dieta saranno quasi sempre in grado di far regredire la sintomatologia.
Per l’acidità e bruciori di stomaco è sufficiente una dieta correttamente associate; in modo simile si comportano le dispepsie e i disturbi digestivi; la diarrea si arresta con uno -due giorni di digiuno completo.
Nelle infiammazioni acute del tratto intestinale (ad es. appendicite) può essere utile un digiuno completo di tre - quattro giorni associato eventualmente ad applicazioni locali di argilla. I digiuni attenuati o le diete ricche di fibre possono essere in questo caso controproducenti, perché, stimolando la peristalsi intestinale, possono esacerbare l’infiammazione.


Pelle
Acne, foruncoli, ascessi cutanei presentano una evoluzione più rapida col digiuno; ancor più tutti i segni cutanei legati ad allergie alimentari.


Apparato locomotore
L’andamento di artriti, borsiti, tendiniti trae benefici in modo particolare dal digiuno associato ad impacchi di argilla.
In modo simile evolvono gli attacchi di gotta, le riacutizzazioni di forme artritiche croniche, di artrite reumatoide, di artrosi.





Quando non digiunare



FATTORI PER EVITARE IL DIGIUNO







I fattori più importanti fra quelli che abbreviano la capacità del corpo a digiunare sono i seguenti:
1) Condizioni patologiche gravi, in modo particolare se compromettono le funzioni cardiocircolatorie e respiratorie;
2) condizioni di denutrizione o malnutrizione. Quando si è sottopeso per valutare approssimativamente la soglia di pericolo del peso (che in questo caso si raggiunge ben prima della perdita del 40% del peso) si deve calcolare il peso ideale del soggetto e togliere a questo peso il 40%.
Ad es. un soggetto il cui peso ideale è 60 kg raggiunge la soglia di pericolo a 36 kg. E' bene rimanere almeno 10 kg sopra la soglia di pericolo, non superando così la soglia di sicurezza, che è di almeno 10 chili superiore al peso della soglia di pericolo. Lo stesso soggetto raggiunge la soglia di sicurezza a 46 kg. Se il soggetto in questione pesasse in partenza 50 kg la raggiungerebbe in pochi giorni e a questo punto dovrebbe interrompere il digiuno. Se il peso iniziale non è superiore alla soglia rischio il soggetto non dovrebbe digiunare, o dovrebbe farlo in casi eccezionali con grandi precauzioni: riposo completo a letto, controllo costante, accertamenti clinici ecc. sia prima che durante il digiuno.
Un'altra condizione da cui dipende la capacità di digiunare a lungo è l'età: le persone anziane riescono a digiunare con una certa facilità, ma si riprendono con difficoltà da lunghi digiuni. Dopo i 70 anni è meglio non superare la settimana di digiuno. I bambini piccoli hanno una sopravvivenza ridotta al digiuno e possono subire dei danni anche da brevi digiuni, perché la crescita si arresta quasi subito, e non sarà poi compensata dall'alimentazione adeguata. Particolarmente delicato è il primo anno di vita, quando il sistema nervoso non è ancora completamente formato e durante il quale il digiuno potrebbe comportare un arresto dello sviluppo del sistema nervoso.
I bambini piccoli non devono quindi digiunare se non eccezionalmente, per 1-2 giorni al massimo; meglio un semidigiuno con succhi freschi di frutta e verdura ,in caso di forme febbrili, per periodi che non superino i 3-5 giorni.








Attività sessuale durante il digiuno




 SESSUALITÀ' E FUNZIONI RIPRODUTTIVE 
DURANTE IL DIGIUNO





Nel periodo dell'estro, quando l'istinto della riproduzione prende il sopravvento, in molti animali si ha una diminuzione dell'interesse per il cibo, come abbiamo già rilevato.
I maschi delle foche dell'Alaska, per esempio, digiunano nella stagione degli amori, durante la quale sono impegnati all’estremo negli accoppiamenti e nelle lotte con i maschi rivali, similmente si comportano altri animali, come camosci e stambecchi.
Un caso eccezionale fu scoperto da F Miescher: quando il salmone passa dal mare nel Reno, rimane digiuno nell'acqua dolce da 6 mesi a 9 mesi e mezzo. Durante questo lungo periodo nuota contro corrente, può risalire le cascate e consuma enormi quantità di energie. Ma il fatto straordinario è che in questi mesi di astensione dal cibo i testicoli e le ovaie si sviluppano enormemente a spese dei muscoli dorsali che si assottigliano.
In altri animali un fatto così singolare non è stato riscontrato ma si può di certo affermare che fame e libido, se non antagonisti, sono spesso discordi.
Nell'uomo il digiuno assoluto deprime la libido, ma la sessualità e la fisiologia dell'apparato genitale ne traggono beneficio: si sono risolti casi di impotenza o di sterilità sia maschile che femminile.
La fisiologia dell'apparato genitale femminile viene influenzata positivamente dal digiuno. E’ necessario interrompere l'eventuale assunzione di pillole anticoncezionali prima del digiuno e far rimuovere dal ginecologo la spirale, se presente, perché si corre il rischio di infiammazioni uterine.
In modo particolare si possono avere benefici nelle dismenorree, e nelle amenorree. E' importante tener presente che il digiuno agisce sulla regolarità del ciclo: con molta frequenza le mestruazioni posso anticipare o a volte ritardare o magari saltare dopo un digiuno. In generale, se il digiuno si inizia nella prima metà del ciclo, le mestruazioni tendono con più frequenza a posticipare, mentre è più frequente l'anticipo se il digiuno si inizia nella seconda metà del ciclo. Questa irregolarità coinvolge soltanto un ciclo o al massimo due: poi le mestruazioni ritornano normali e tendono anzi a regolarizzarsi se erano irregolari.
Nei digiuni periodici con finalità igienica è meglio cominciare a digiunare alla fine delle mestruazioni.
Quando sono presenti patologie dell'apparato genitale, si possono presentare perdite vaginali scure e maleodorante durante il digiuno.



Il metabolismo durante il digiuno



ADATTAMENTI E COMMUTAZIONI METABOLICHE DEL DIGIUNO









Le riserve del corpo umano sono veramente notevoli: circa 565.000 kJ (1Kcal=4,184 KJ) sotto forma di grassi, localizzati in maggior parte nel tessuto adiposo; 100.000 kJ sotto forma di proteine mobilizzabili, localizzate principalmente nei muscoli; 6700 kJ di energia sotto forma di glicogeno (questa fonte di glucosio viene esaurita in appena poche ore). Queste riserve sono sufficienti per consentire una sopravvivenza di vari mesi. Tuttavia la loro utilizzazione può apparire problematica e suscitare alcune difficoltà alla comprensione se si ragiona in base ai normali processi fisiologici e non si tengono nella dovuta considerazione le modificazioni e gli adattamenti fisiologici che si verificano durante l’inanizione: vediamo allora di comprendere come sia possibile la lunga durata del digiuno.


Le riserve proteiche sono preziose.  

La riserva più pronta a cedere aminoacidi è costituita dalle proteine muscolari. Il loro consumo, superata una soglia di disponibilità, entro la quale i muscoli si comportano da vere e proprie riserve e non risentono in alcun modo della perdita proteica ma acquistano anzi slancio ed elasticità, ha l'effetto indesiderabile di indebolire il soggetto che digiuna. Inoltre le riserve proteiche non sono così grandi come quelle del tessuto adiposo ( che sono più del quintuplo rispetto a quelle protidiche ) e il corpo deve quindi cercare di risparmiarle per assicurarsi una lunga sopravvivenza al digiuno. 
Ciononostante nel corso dei primi 2-3 giorni di digiuno la proteolisi continua intensa, più o meno come nei giorni precedenti al digiuno, o può addirittura aumentare il primo giorno, come indica la perdita di azoto urinario. E dal momento che non viene introdotto azoto con la dieta questo vuol dire che c'è una notevole degradazione proteica senza compenso.

Soltanto in piccola parte questo consumo proteico muscolare serve a fornire aminoacidi per la sintesi di proteine indispensabili (proteine enzimatiche, proteiche di tessuti vitali quale il sistema nervoso ecc.) La maggior parte degli aminoacidi rilasciati dai muscoli è infatti utilizzata per sintetizzare glucosio attraverso la gluconeogenesi: il corpo inizialmente cerca infatti di porre rimedio alla scarsità di riserve di glicogeno, che vengono rapidamente consumate, sintetizzando il glucosio a partire dalle proteine. Questo avviene perché, mentre la maggior parte degli organi è in grado di utilizzare diverse fonti di carbonio (grassi, zuccheri, aminoacidi derivati dalle proteine), il cervello e il sistema nervoso centrale richiedono invece glucosio come unica o prevalente fonte di carbonio (ciò è vero anche per alcuni altri organi come la midollare del rene, i testicoli e gli eritrociti.)

Il fabbisogno di glucosio del cervello umano è enorme.

Circa 120 grammi al giorno (che possono ridursi, ma non scendere sotto i 100 grammi) mentre 40 grammi sono richiesti da altri organi: circa 160 grammi di glucosio al giorno sono quindi necessari per il corpo intero.

La quantità di glucosio che può essere ottenuta in qualsiasi momento a partire dalle riserve corporee di glicogeno ( fegato e muscoli) è di circa 190 grammi, e la quantità totale di glucosio nei fluidi corporei è pari a circa 20 grammi. Di conseguenza le riserve immediatamente disponibili di glucosio rappresentano all'incirca poco più del fabbisogno giornaliero.


Durante i periodi di digiuno che durano più di un giorno il glucosio deve dunque essere sintetizzato a partire da altre sostanze che si comportano da precursori. Il corpo quindi sintetizza prontamente glucosio dalle proteine e a questo scopo vengono utilizzate soprattutto le proteine dello stesso fegato e dei muscoli: gli aminoacidi che si liberano dalle proteine muscolari passano nel sangue per poter essere utilizzati dal fegato e dalla corteccia renale per la sintesi del glucosio.

George F. Cahill Jr. dell'Elliott P. Joslin Resarch Laboratory della Diabetes Foundation ha dimostrato che tra gli aminoacidi che forniscono il substrato per la sintesi del glucosio da parte del fegato, il più importante è l'alanina. Oltre all’alanina molti altri aminoacidi possono essere utilizzati per la gluconeogenesi e vengono chiamati per questo gluconeogenici. (Solo gli aminoacidi lisina e leucina non formano durante il loro catabolismo precursori del glucosio, e contribuiscono invece fortemente alla formazione dei corpi chetonici: sono quindi aminoacidi chetogenici).

A questo punto siamo in grado di comprendere una delle principali perplessità di fronte ai lunghi digiuni: se la decomposizione delle proteine continuasse con la velocità iniziale, i muscoli scheletrici e le altre fonti di proteine si esaurirebbero rapidamente ed il corpo non potrebbe sopravvivere a lungo.

Facciamo alcuni calcoli approssimativi ma abbastanza indicativi.

Il cervello richiede un rifornimento di energia equivalente ad almeno 100 grammi di glucosio ed il corpo, pur diminuendo la sintesi di glucosio iniziale (160 grammi circa in un uomo di 65 kg) non può scendere sotto questi 100 gr di glucosio senza danneggiare il cervello. Ebbene, anche la sintesi del glucosio corrispondente a questo fabbisogno sotto il quale non si può scendere esaurirebbe rapidamente le fonti proteiche. Infatti, per la sintesi del glucosio con la neoglucogenesi, il corpo solo in piccola parte utilizza i grassi (trigliceridi), che mettono a disposizione come precursori il glicerolo e solo alcuni acidi grassi, quelli a numero dispari di atomi di carbonio: questa via è quindi limitata e può fornire circa 16 grammi di glucosio al giorno. Ne deriva che le proteine dovranno contribuire per 90 grammi circa. Dal momento che per produrre 90 grammi di glucosio il corpo dovrebbe decomporre 155 grammi di proteine muscolari,(da un grammo di proteine possiamo infatti ottenere circa 0,6 grammi di glucosio) questo fatto implicherebbe una perdita giornaliera di azoto di circa 25 grammi(infatti il rapporto proteine-azoto è di 6,25). Poiché il contenuto di azoto del corpo di un adulto ammonta a circa 1000 grammi, e una perdita superiore del 50% di questa quantità è letale, si dovrebbe concludere che l’uomo a digiuno non possa sopravvivere per più di tre settimane.

E così hanno concluso, sulla scorta di simili calcoli, alcuni fisiologici privi di esperienze dirette: conclusione frettolosa, smentita da numerosi e recenti studi, oltreché dalle numerosissime osservazioni dei cultori del digiuno: i digiunoterapeuti hanno osservato numerose volte che l'uomo può digiunare per periodi assai più lunghi di tre settimane, non solo rimanendo in condizioni fisiologiche ma ottenendo miglioramenti delle condizioni di salute.

Ed ecco la spiegazione del fenomeno. 

Il corpo comincia presto a diminuire le sue perdite proteiche e a mano a mano che il digiuno continua una parte sempre maggiore della perdite organiche è imputabile al consumo di grasso corporeo, con un corrispondente risparmio delle vitali riserve di proteine. Se all'inizio del digiuno un uomo medio tenderà a sintetizzare dalle proteine almeno 90 grammi di glucosio, con un consumo di almeno 155 grammi di proteine, dopo i primi 2-3 giorni questo consumo diminuirà rapidamente, fino a ridursi a 10 grammi (o anche meno) dopo 3-4 settimane, con una produzione minima di glucosio dalle proteine: in media non supera i 5-6 grammi. (Il corpo non può infatti fare completamente a meno del glucosio, perché la maggior parte dei tessuti ne ha bisogno per rifornire il ciclo dell'acido tricarbossilico.)

Un organismo a digiuno pertanto dopo 3-4 settimane tende a raggiungere il consumo basale di proteine, quel consumo cioè sotto il quale l’organismo non può scendere, a causa dell’inevitabile consumo di materia vivente che il metabolismo comunque comporta. A riguardo, i dati forniti dai vari ricercatori differiscono molto, pur confermando tutti il progressivo risparmio proteico. Nonostante la discordanza dei dati possiamo affermare che, in un soggetto con caratteristiche medie, è prevedibile che il consumo proteico sia ridotto, dopo 3 settimane di digiuno, di 10 volte e anche più.

A questo punto rimane da capire un fatto fondamentale: come è possibile una decomposizione giornaliera di proteine così bassa quando, secondo i calcoli riportati, ne necessiterebbe una quantità più di 10 volte maggiore per produrre il glucosio necessario a coprire il solo fabbisogno energetico del cervello? Come si procura il cervello il resto dell’energia necessaria?


Il fatto si spiega con un fenomeno di straordinaria importanza. 

Molto presto, entro la prima settimana del digiuno, nel cervello avviene una commutazione biochimica e le cellule cerebrali cominciano ad utilizzare come fonte energetica i corpi chetonici, sostituendoli al glucosio. Quindi si può ridurre enormemente la demolizione proteica per produrre glucosio. Fu Cahill che scoprì che il deficit di glucosio era compensato da una fonte sostitutiva di energia, derivata dai grassi: i corpi chetonici, appunto. Il sangue dei soggetti digiuni mostra infatti un aumento dei corpi chetonici: acido acetacetico e i suoi derivati, acetone e acido beta-idrossibutirrico, ed il cervello si adatta a questi substrati energetici. Ricercatori dell'università di Oxford hanno in seguito dimostrato che il cervello è dotato del meccanismo enzimatico necessario per utilizzare i corpi chetonici.

La condizione detta chetosi, cioè accumulo di chetoni nel sangue e loro presenza nelle urine e nell'aria espirata (acetone), è praticamente sempre presente durante un digiuno che si prolunghi per qualche giorno ed è sempre stata paventata come condizione patologica: uno dei fatti addotti per dimostrare gli effetti dannosi del digiuno è proprio la presenza della chetonemia, la quale è associata, in circostanze diverse, a fenomeni patologici (acetone dei bambini, diabete scompensato) e comporta la tendenza alla acidosi metabolica.


Però nel digiuno la chetonemia non è un fatto patologico ma un adattamento biochimico fondamentale assicurare una lunga sopravvivenza.

Quando, dopo pochi giorni di digiuno, i corpi chetonici (in particolare l'acido-beta-idrossibutirrico) raggiungono nel sangue la concentrazione sufficiente, viene infatti attivato nel cervello il meccanismo biochimico dei chetoni, in seguito al quale quasi tutte le necessità energetiche del corpo saranno sostenute dai grassi, da cui i corpi chetonici derivano: e così il consumo proteico comincerà ad abbassarsi fino a diventare poco più alto del ricambio di base.

L'adattamento al metabolismo dei corpi chetonici determina non solo risparmio sulle proteine muscolari e di altre riserve, che non sono più demolite per sintetizzare zucchero per il cervello, ma anche risparmio sul consumo di proteine enzimatiche.

Variazioni tessutali durante il digiuno



VARIAZIONE DELLA COMPOSIZIONE TESSUTALE
E DEL TERRENO BIOELETTRONICO











Le scorie metaboliche si accumulano negli spazi intercellulari ed anche all'interno delle cellule, determinando difficoltà negli scambi metabolici e degenerazione cellulare.
Il digiuno mette in atto un allontanamento dai tessuti degli accumuli patologici, che si riversano nel sangue, alterandone a volte transitoriamente i valori chimici, per essere poi escreti attraverso gli emuntori. Questo processo determina numerosissime modificazioni nella composizione tessutale. In particolare è interessante la modificazione, durante il digiuno, della distribuzione dell'acqua fra i due distretti intracellulare ed extracellulare. Si sa che una delle caratteristiche dell'invecchiamento è la disidratazione dei tessuti e in modo particolare l'inversione del rapporto percentuale tra acqua intracellulare ed extracellulare. Secondo ricerche recenti del dott. Salvatore Simeone il digiuno sembra agire reidratando la cellula e quindi ringiovanendola.

Lo stesso autore ha condotto misurazioni del fattore RH2 nelle urine, nel sangue e nella saliva dei digiunanti. Il fattore RH2 indica il valore del potenziale elettrico della soluzione in esame ed è un parametro che dipende sia dal pH che dal potenziale di ossidoriduzione. Alcuni ricercatori negli ultimi decenni hanno rilevato che il valore del fattore RH2 in persone in buona salute è 22-23 mentre tende a salire fino a 30 in soggetti affetti da patologie degenerative; inoltre negli anziani e in genere più alto che nei giovani. Il dott. Simeone ha potuto rilevare alla fine del digiuno un abbassamento del fattore RH2 su un campione di 100 soggetti osservati.
Le osservazioni fatte dal dott. Simeoni e dai suoi collaboratori sono particolarmente significative perché riguardano non una singola componente ma parametri che dipendono da fattori molteplici e quindi misurano la variazione del terreno. Il primo parametro, la reidratazione cellulare, indica un ringiovanimento del terreno chimico e il secondo un ringiovanimento del terreno bioelettronico. Queste modificazioni sono la conseguenza della profonda azione di rimaneggiamento tessutale determinata dal digiuno, con allontanamento delle scorie metaboliche.

Il potenziale elettrico aumenta soprattutto per l'accumulo nei liquidi biologici dei radicali liberi, che agiscono in senso mutageno, immunodepressivo, degenerativo, cancerogeno. La diminuzione alla fine del digiuno del fattore RH2 depone quindi per un allontanamento dal sangue e dai tessuti, fra l'altro, dei radicali liberi.